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    La sindrome del lavello sporco

    1 Maggio 2019 • Serena

    “Ma sai che cosa strana? Tutte le volte che mi siedo per cominciare a scrivere, mi ricordo improvvisamente che ho il lavello sporco!
    All’inizio mi dico: “chissene!” e torno alla mia intenzione di scrivere.
    Poi, niente! È più forte di me.
    Mi ritrovo davanti al lavello, con la spugnetta in mano, e comincio a pulire.
    Non è assurdo? Devo scrivere il mio libro e perdo tempo a pulire il lavello!?”

    Non so se sia assurdo, ma quando Eléonore me lo ha raccontato ho provato un grande senso di sollievo e ho pensato: ma allora non sono l’unica!

    Eléonore aveva da poco intrapreso la sua avventura creativa, che da lì a qualche mese mese l’avrebbe condotta a pubblicare “Il Piccolo libro delle nuvole”.

    Aveva già un’idea della struttura del libro, aveva creato una scaletta di consegne e l’aveva condivisa con il suo editore. Tutto era predisposto, non restava che partire!

    Cominciare un nuovo progetto ha in sé la freschezza e la potenza di una primavera.
    Ci si trova travolti da una corrente di entusiasmo: ci si tuffa nella ricerca e nella lettura, nuotando piacevolmente in un vasto oceano di possibilità, rincorrendo idee inaspettate e intuizioni luminose.

    L’onda di energia è tale da contagiare tutta la successiva fase di organizzazione delle idee e di strutturazione dei contenuti, assumendo pian piano l’aspetto di un piano ben congegnato. Tutto è fluido, luminoso e veloce fin qui.

    Poi inizia il lavoro vero e proprio il ritmo cambia improvvisamente, c’è una brusca frenata e compare la ‘sindrome del lavello sporco’.

    La ‘sindrome del lavello sporco’ non è – come pensavo inizialmente – un attributo della personalità individuale, ma una tappa fondamentale in ogni processo creativo, inevitabile in ogni nostra realizzazione. Persino necessaria.

    Ma questa è una conclusione a cui sono arrivata dopo diversi mesi di osservazione diretta su di me, di letture, di pratiche e di incontri.

    Fenomenologia della procastinazione

    La prima cosa di cui mi sono resa conto è che la ‘procrastinazione’ si presenta in modo apparentemente indipendente dalla nostra volontà e segue uno schema quasi inevitabile: più le scadenze si avvicinano, più la procrastinazione aumenta; più la procrastinazione aumenta, più aumenta il senso di ansia.

    Ci si fa amicizia nei primi anni di scuola. Io personalmente sono stata colpita dalla sindrome intorno ai 9 anni. Era estate e avrei dovuto iniziare il “libro delle vacanze”: lo avevo aperto con entusiasmo pensando si trattasse di un libro di giochi e lo avevo richiuso non appena avevo realizzato che si trattava di un eserciziario. A quel punto tutto era diventato più interessante del libro persino pulire a specchio tutte le finestre.

    Per anni me ne sono fatta un problema, interpretandolo come un tratto negativo della mia personalità, finché non ho scoperto che la procrastinazione è studiata da fior di psicologi: recentemente, persino il New York Times ha dedicato un articolo a questo tema.

    “E’ capitato anche a voi – scrive la giornalista Charlotte Lieberman – di  notare che mentre ci sono una serie di progetti e azioni che realizziamo in modo fluido, rimane sempre una manciata di progetti la cui realizzazione slitta ostinatamente da un giorno a una settimana, da un mese all’altro, senza nessun progresso?”.

    Si! Eccome!

    La giornalista continua facendo notare che quei progetti che rimangono bloccati sono proprio quelli che ci stanno particolarmente a cuore.

    Proprio quando l’impresa è più significativa, ci ritroviamo dispersi in comportamenti improduttivi (e-mail, social media, banali commissioni, lavelli sporchi) per evitare un disagio imprecisato, finendo per sentirci più angosciati col passare del tempo quando realizziamo di non aver fatto nessun progresso.  

    Ancora nell’articolo del New York Times mi ha divertito molto questo passaggio:

    “Se hai mai rimandato un compito importante, ad esempio, pulendo il lavello sporco, sai che non sarebbe giusto definirti pigro. Dopotutto, è un compito che richiede attenzione e sforzo – ed ehi, forse hai persino fatto il possibile per pulire ogni bottiglia prima di rimetterla. E non è che tu stia uscendo con gli amici o guardando Netflix. Stai pulendo – qualcosa di cui i tuoi genitori sarebbero orgogliosi!”.

    Charlotte Lieberman, NYT

    Io mi sono proprio ritrovata in questo dialogo interno, che chiarisce come la procratinazione non sia semplicemente una perdita di tempo o una cattiva gestione del tempo. C’è di più in ballo.

    Perché perdo tempo?

    Da un punto di vista psicologico le ricerche non lasciano spazio al dubbio: la procrastinazione è la manifestazione di un’ansia.

    Quando un compito è significativo per noi, il momento di mettersi al lavoro produce un disagio. Pulire il lavello sporco è la soluzione immediata a questo disagio e ci regala un momentaneo sollievo, che durerà finché non ci renderemo conto di essere indietro con il nostro progetto o, addirittura, di essere inesorabilmente in ritardo.

    A quel punto ci ritroveremo come il Coniglio Bianco di Alice, a rincorrere un tempo che sembra non bastare mai.

    Illustrazione: Robert Ingpen, “Alice in Wonderland”

    Sembra che all’origine della procrastinazione ci sia uno strano corto circuito emozionale che ci fa oscillare fra la paura del successo – dei compromessi che il successo che porta con sé (più esposizione, più pressione, meno libertà) – e la paura del fallimento.

    Come a dire che quei progetti così importanti per noi rimangono bloccati, perché avremo qualcosa da perdere sia nel realizzarli, che nel non realizzarli.

    Ho scoperto che a Ottawa negli USA esiste un Procastination Research Group nella Carleton University. Lì gli psicologi affermano che:

    “La procrastinazione è un problema di regolazione delle emozioni, non un problema di gestione del tempo”.

    Sfortunatamente, non possiamo semplicemente dirci di smettere di procrastinare, proprio perché al suo interno, la procrastinazione riguarda le emozioni, non la produttività.
    Non ci basterà installare un’app di gestione del tempo e neppure imparare innovative strategie per l’autocontrollo. Dovremmo imparare a gestire le nostre emozioni in un altro modo.

    Procrastinare è sempre un male?

    Le tesi psicologiche mi hanno aiutata a capire cosa c’è all’origine della procrastinazione, a fare chiarezza.
    Ma non mi hanno soddisfatta del tutto perché sembrano dare per scontato che procrastinare sia un “problema”: proprio perché è l’effetto di una forma d’ansia, procrastinare viene assimilato a un comportamento auto-lesionista, che portiamo avanti nonostante sia a nostro svantaggio.

    Ma le cose stanno veramente così?  E se ribaltassimo il punto di vista e guardassimo alla procrastinazione con curiosità per imparare a conoscerla meglio?

    Nelle biografia di grandi personalità – artisti dirompenti, scienziati geniali o ricercatori brillanti – si rintraccia un curioso tratto comune: sembrano essere tutti procrastinatori professionisti.

    Darwin per esempio trascorreva la maggior parte del suo tempo a passeggiare invece di studiare medicina ed era per questo la disperazione di suo padre.

    Newton ebbe l’intuizione dell’esistenza della forza di gravità mentre riposava all’ombra di un albero e non mentre si perdeva in calcoli complicati dietro a una scrivania.

    Paul Klee rifiutava offerte di lavoro nelle orchestre (era musicista, figlio di musicisti) per rifugiarsi nella stanza dei giochi di suo figlio.

    Henry David Thoreau faceva lunghissime passeggiate nel bosco (diverse ore ogni giorno) e scriveva per molto meno tempo quando rientrava, riportando tutto ciò che aveva notato e che lo aveva colpito.

    Non fraintendemi: non sto dicendo che basta camminare in un bosco per otto ore per scrivere una poesia che rimarrà nella storia della letteratura.

    Sto semplicemente dicendo che la procrastinazione non è un male in assoluto. Anzi. Guardando alla vita di queste personalità mi sembra che esista una relazione diretta fra la capacità di perdere tempo e la capacità di innovare e creare.

    Il tempo liberato

    L’anno scorso ho conosciuto Grazia Cacciola, autrice e giornalista, sostenitrice di temi legati all’ecologia, alla decrescita e all’autoproduzione. Ero ammirata dalla capacità creativa di Grazia di re-inventarsi dal punto di vista lavorativo, fuori da un ufficio e seguendo un ritmo su misura, in grado di lasciare spazio al tempo libero. Ho deciso di seguire il suo corso Cambio Vita, Mi Reinvento perché faticavo a trovare un equilibrio fra vita familiare e vita lavorativa.

    Grazia mi ha insegnato un sistema di ‘risparmio del tempo’ a prova di bomba, invitandomi a programmare anche il tempo della diversione, per essere ben sicuri di perdere tempo tutti i giorni!
    Ed esserne pienamente consapevoli.

    All’inizio l’ho trovata una contraddizione in termini, ma ho voluto provare e ho capito – in modo esperenziale – qual era il valore dietro questa pratica. Grazia mi ha insegnato che:

    “Non si tratta di gestire meglio il proprio tempo e neppure di trovare il tempo, ma di imparare  a non sprecarlo. In questo modo ci ritroveremo a liberare il tempo per fare ciò che ci rende davvero ‘felici’.

    Grazia Cacciola

    Sembra semplice, ma non è facile!
    Perché richiede un cambio di prospettiva non da poco. Richiede di liberarsi da una strana idea che regna indisturbata un po’ ovunque e che ci vuole iper-produttivi e iper-occupati, anche nel tempo libero.

    Persino in campo artistico lo stereotipo ricorrente è che per essere ‘veri’ artisti occorre soffrire, patire ore e ore per la propria creazione.

    Bernard Friot, noto scrittore di libri per bambini e Premio Andersen 2009, tuttavia la pensa diversamente: non occorre soffrire per creare.
    Lo scorso settembre è stato nostro ospite a Bologna con il laboratorio di scrittura creativa Fabbricare Storie. In quell’occasione ci ha convinto di questa verità in modo semplice e chiaro:

    “Non credo sia giusto soffrire mentre si scrive. Io non voglio soffrire quando scrivo. Io voglio sentire la gioia dell’invenzione mentre scrivo. La stessa gioia dei bambini quando giocano con i mattoncini e creano palazzi e forme nuove.

    Ai bambini si dice: apri il quaderno e scrivi. Ma non è così che succede. Una storia si inventa con le mani nelle tasche, camminando, pelando le patate. Ci vuole tempo… Ci vogliono momenti in cui – apparentemente – non si sta facendo niente”.

    BERNARD FRIOT

    Bernard ci ha raccontato che ogni giorno scrive un po’, solo un po’. Poi lascia riposare le parole nel cassetto e inizia a fare altro: cucinare, mangiare, degustare, fare lunghe passeggiate, parlare con la panettiera.

    Infine ci ha detto che ogni racconto richiede tempo.

    E’ necessario saper dimenticare: lasciare che la mente lavori da sola. Si scrive con tutto il cervello: con la corteccia prefrontale e con la parte più antica. Occorre tempo, occorre ‘lasciare lievitare la pasta’. La pasta per il pane è qualcosa di meraviglioso: non si fa niente, ma lei cresce da sola!
    Occorre fare lo stesso con la mente. Lasciare il tempo che la parte più inconscia lavori da sola, mentre peliamo le patate, mentre passeggiamo, mentre facciamo la doccia oppure mentre siamo senza fare niente”.

    Bernard Friot

    Come a dire che il suo ‘vero’ compito di scrittore è di assaporare la vita. E di permettere alle sue ideee di fermentare – in santa pace – nel buio di un cassetto.

    Creatività consapevole

    Nel suo coloratissimo “Conscious Creativity”, Philippa Stanton scrive:

    “Non c’è nulla di sbagliato in senso assoluto nella procrastinazione, che è parte a tutti gli effetti del processo creativo. Ma se ci sentiamo in colpa perché stiamo ‘perdendo tempo’ questo non servirà ad altro che ad ammazzare la ‘fermentazione’ delle idee creative”.

    PHILIPPA Stanton, Conscious Creativity

    Per creare, ma anche per vivere creativamente, occorre imparare a ‘perdere tempo” consapevolmente. E allo stesso tempo, per evitare di ‘sprecare tempo’ è necessaria una qualche struttura, un metodo.

    La struttura ci rassicura e ci regala il senso di poter raggiungere gli obbiettivi che ci siamo dati. Ma la struttura non è una soluzione, piuttosto è un sostegno al processo creativo: in questo senso un programma non è qualcosa di rigido a cui aderire a tutti i costi, quanto una guida, da riconsiderare, riprogrammare, rimodulare di tanto in tanto lungo il percorso.

    E’ importante essere stringenti con sé stessi rispetto ai propri obiettivi per portare a compimento qualcosa, ma c’è moltissimo da guadagnare nel tempo perso a pulire il lavello sporco!

    P.S. Senza considerare il tempo di fermentazione, per scrivere questo post ci sono volute 2 settimane, durante le quali ho riordinato 3 armadi 😉

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